Che cosa c’è nell’aria che inspiriamo e in quella che espiriamo?

Nell’aria che inspiriamo ci sono i seguenti gas:

 

78% Azoto

21% Ossigeno

0% Anidride carbonica

1% gas in traccia (elio, argo, ozono, idrogeno)

 

Mentre nell’espirazione:

78% Azoto

17% Ossigeno

4% Anidride carbonica

1% gas in traccia

Quando espiriamo poco, trattenendo l’espirazione (fenomeno alquanto diffuso) la quantità in eccesso che tratteniamo nei nostri polmoni può portare a fenomeni di ACIDOSI, ovvero una tendenza alla riduzione del ph del plasma corporeo con eccesso di acidità inferiore ai valori 7,35) a causa di una ridotta eliminazione dell’anidride carbonica attraverso i polmoni, cosiddetto fenomeno di acidosi respiratoria.

Un accumulo di anidride carbonica cosiddetta Ipercapnia rimane così nel sangue fino alla manifestazione dell’acidosi metabolica, ovvero un accumulo di acidi nell’organismo.

Questo fenomeno, oltre che manifestarsi quando espiriamo poco, avviene anche quando inspiriamo in ambienti chiusi dove ci sono molte persone o quando respiriamo con la mascherina, inspirando l’anidride carbonica che abbiamo appena espirato.

Laddove invece ci blocchiamo nell’inspirazione (ovvero quando inspiriamo superficialmente e di fretta dopo aver forzato l’espirazione) si manifesta l’ALCALOSI metabolica, ovvero un’alterazione del ph del plasma corporeo al di là sopra dei valori fisiologici (circa 7,4) dovuta a una diminuzione dell’anidride carbonica insieme a un accumulo compensatorio del bicarbonato. (il bicchier d’acqua a cui spesso ricorriamo è infatti un modo per ovviare all’alcalosi metabolica).

Va da sé dedurre quanto è importante espirare a lungo per riprendere successivamente una profonda inspirazione!

Articolo tratto dal libro di Nicoletta Ferroni FORZA, CALMA E LUCIDITA’ attraverso il Respiro, ed. Sìhttps://www.ilgiardinodeilibri.it/libri/__forza-calma-lucidita-attraverso-il-respiro.php?id=49202

 

Connessione Terra Cielo

Provate a considerare che, se siete seduti, con la schiena eretta, il movimento del diaframma va dall’alto in basso e viceversa.

Bene, che succede se quando il diaframma scende, in quanto state inalando e riempiendo i vostri polmoni, la vostra mente immagina che state spingendo sugli ischi e sulla pianta del piede, ovvero affondate un poco nella seduta e nel pavimento?

E cosa succede se state immaginando, durante l’espirazione, mentre il diaframma risale, che qualcosa vi sta tirando il vertice della testa verso il soffitto, verso il cielo?

Immaginare, ovvero usare il proprio pensiero, muove energia e l’energia va dove va il pensiero. Non è un caso che una possibile origine del verbo “immaginare” sia proprio “in me mago agere”, ossia “in me agisce un mago”.

In tal caso colui che respira diventa un ponte fra Terra e Cielo e può sentire, dentro di Sé, una profonda connessione con tutto il Creato.

Provare per credere!!!

Alfonso Guizzardi, psicologo, psicoanalista energetico vibrazionale.

La respirazione e l’uso della mascherina

La mascherina copre la bocca, organo di espressione del proprio pensiero, del proprio Sé, che consente di dire all’altro che cosa si pensa, qual è il proprio punto di vista, fosse anche diverso, contraddittorio, alternativo. Quindi la mascherina viene percepita dall’inconscio come un “bavaglio”, come un oggetto che annulla la possibilità di esprimere il proprio pensiero.

Inoltre, la mascherina copre metà del viso, rendendolo irriconoscibile, facendoci perdere identità e confondendoci nella moltitudine: uno, nessuno, centomila direbbe Pirandello. E, di fronte alla moltitudine, è sempre più difficile esprimere un pensiero differente, individuale, autonomo. La moltitudine è un fiume e le gocce d’acqua che lo compongono lo seguono fedelmente.

L’uso della mascherina è, primariamente, tabù del corpo visibile, della propria identità individuale che, proprio con il suo uso, si confonde con la moltitudine: È soffocamento della voce e della libera espressione del proprio Sé.
Ci sono tanti modi per velarsi, per sparire nascosti dietro al velo, ovvero tanti modi per impedire od ostacolare lo scambio fra uomini, per negarsi di essere disponibili alla relazione con l’altro da Sé.
E la respirazione ne risente?
Certamente inalare gli scarti del proprio respiro, come l’anidride carbonica riemessa, modifica gli equilibri nel sangue, può portare a ipercapnia, ovvero una quantità eccessiva di anidride carbonica presene nel flusso ematico che determina, a sua volta, confusione, dispnea, stordimento, svenimenti, tachicardia, extrasistole, spasmi muscolari, ecc…
Quindi che fare? cercare il più possibile di respirare liberamente, di esprimersi liberamente, di fornire al proprio corpo e alla propria anima
Ogni volto velato è voce soffocata, libertà non formulata, identità negata, volontà spezzata.
Alfonso Guizzardi, psicologo, psicoanalista energetico vibrazionale

Dalla P.E.V.® al BreathBalance®

Per chi, come Alfonso Guizzardi, nasce come psicolinguista, l’etimologia delle parole e la semiotica hanno un valore particolarmente importante che porta l’attenzione all’etimologia di una parola: Psicologia.

Si tratta di un sostantivo che proviene dal latino moderno psychologia, a sua volta derivato dal greco ψυχή , ovvero “Anima” e -λογία “-logia”, ovvero scienza, studio. Quindi la Psicologia è la scienza che studia l’Anima attraverso la Psiche, che ne analizza i fenomeni ed i processi, anche nella relazione con gli altri da noi.

Chiaramente si tratta di una scienza che possiede più livelli di studio e di ricerca: può essere utilizzata per trovare il colore e la forma più adatta ad un brand per vendere i suoi prodotti, oppure può venire impiegata efficacemente per risolvere lutti o abbandoni, o traumi di età infantile, oppure può essere un percorso, valido tanto quanto altri, per cercare il contatto con la propria Anima, con l’Intento che ci ha portato ad incarnarci in questo corpo e in questo luogo, in questo tempo ed in questo particolare momento.

Don Pierre Teilhard de Chardin è stato un gesuita, filosofo e paleontologo e sosteneva che “Noi non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale. Noi siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana.” Ed io concordo con il suo pensiero. Se noi siamo Spiriti che hanno deciso di incarnarsi, diventando Anime, in corpi per vivere esperienze finalizzate ad un intento divino, diventa essenziale trovare il senso dell’essere qui, ora! Quale altro scopo potremmo avere? Quale altra ragione, se non trovare il modo si adempiere all’intento della nostra Anima, del nostro Spirito.

Noi sentiamo e sappiamo di essere in contatto con il nostro Intento Animico quando siamo felici. Quale modo più rivoluzionario, più profondamente saggio e lungimirante abbiamo per cambiare il mondo in cui viviamo se non quello di trovare cosa ci rende felici e poi farlo!

Ebbene, il BreathBalance® trova le sue radici nella  P.E.V.® (Psicoanalisi Energetico Vibrazionale) che parte[1] parte dal presupposto che quando ci guardiamo allo specchio noi vediamo un corpo che però è anche un’entità energetico vibrazionale, che ha questa forma in ragione delle informazioni che ha ricevuto sino a questo momento: il corpo racconta, a più livelli, come se fosse un “diario”, di ogni esperienza vissuta, di ogni evento doloroso o felice; tutto si può leggere nel diario, anche se il possessore lo ritiene “segreto” in realtà non lo è per chi ha le chiavi di lettura. Ma oltre a ciò che vi è celato, quel diario racconta di schemi, di comportamenti reiterati nel tempo, di convinzioni profonde che ci danno indicazione di quanto sia ingabbiata la nostra Anima, una gabbia senza odore, invisibile agli occhi ed intangibile ma estremamente presente: la gabbia della inconsapevolezza!

Pertanto, il BreathBalance si propone come un percorso alternativo alla P.E.V..

Se la P.E.V. è una psicoterapia del profondo che trasforma la struttura caratteriale, liberandola e ricordando all’Anima del paziente che egli può usare la propria Consapevolezza per ricordarsi di essere già Libero, Divino, Amato; il BreathBalance è  un percorso alternativo per tutti coloro che non intendono seguire un percorso di psicanalisi con sedute settimanali, ma che desiderano trarre beneficio anche con sedute mensili oppure ogni 15/20 giorni. Naturalmente la strada è simile ma non uguale, e così anche i risultati, ma ognuno ha la sua strada.

Per questo motivo Alfonso Guizzardi, ideatore del BreathBalance e Nicoletta Ferroni, coideatrice dello stesso e operatrice-formatrice di Rebirthing, hanno creato questo percorso per dare a tutti la possibilità di avventurarsi in una strada luminosa di ricerca e crescita interiore, grazie al Respiro Cosciente e Coerente.

Siamo scintille divine, dobbiamo solo ricordarci di splendere, dobbiamo farlo a qualunque costo, il mondo ha estremo bisogno di persone felici, ne va più che della nostra vita: ne va della nostra Anima!

[1] Per approfondire, Le radici dell’Anima, Alfonso Guizzardi, Edizioni Sì, 2017

A che servono le corazze?

Il blocco muscolare, o inibizione muscolare dell’impulso alla vita, è una manifestazione concreta e visibile della proibizione genitoriale o ambientale ad esprimersi nel bambino: è la manifestazione concreta, fisica, del processo di introiezione della negazione dell’Essere arrivata al bambino dai genitori o dall’ambiente circostante. Questa introiezione della proibizione, e quindi della negazione dell’Essere, dà inizio, a sua volta, alla perdita del movimento, dell’espressione delle emozioni e del comportamento spontaneo, e viene scelta solo perché risulta essere preferibile al dolore insito nel lasciare libere le naturali reazioni alla frustrazione cronica e che il bambino valuta essere “insostenibile”.

Infatti la decisione di inibire è vissuta come una scelta di sopravvivenza , senza alternative apparenti. Il bambino in stato di dipendenza non può vivere in una condizione di guerra continua con l’ambiente circostante e con i propri stati interni di rabbia, terrore e disperazione cronici, conseguenti all’abbandono della spontaneità: l’organismo si volge quindi contro se stesso inibendo i propri impulsi, interiorizza la battaglia tra i bisogni immediati e le proibizioni dell’ambiente esterno.

Se consideriamo che le funzioni del Sé adattivo promuovono la sopravvivenza dell’organismo negoziando fra le esigenze dell’ambiente e quelle dell’organismo stesso, allora possiamo facilmente capire come l’Io finisca con l’identificarsi con i processi inibitori quali veri e propri meccanismi di sopravvivenza: lo schema inibitorio diviene uno schema di sopravvivenza, che a sua volta diviene parte del Sé ideale, minacciato da un’espressione viva e spontanea, e mantenuto in vita dal disperato controllo di questi stessi impulsi. Inoltre ogni affermazione su di sé di tipo cognitivo che segue la forma di decisioni da copione , come ad esempio “io sono una persona comprensiva”, “io sono una persona che dà”, “io sono una persona pacifica”, in realtà stanno solo rinforzando i blocchi muscolari, ossia il meccanismo inibitorio anche ad un livello cognitivo.

Il terrore in costoro è che un allentamento dei blocchi porterà alla catastrofe sia personale che ambientale! Ovvero si ha un’illusione che la liberazione dai blocchi, come quando la rabbia incontrollabile viene lasciata sfogarsi con l’ambiente, porti con sé l’annichilimento, non solo per se stessi, ma anche degli altri. Così l’esperienza schizoide fondamentale è: “La mia vita minaccia la mia vita!” perché ad essere raggelata è la forza vitale stessa. L’organismo si blocca, si irrigidisce, o si chiude nella tensione, e, così facendo, si distoglie dall’ambiente esterno minaccioso. È salvo, ma il prezzo da pagare è una non vita, né vivo né morto.

 

Alfonso Guizzardi, psicologo, psicoanalista, sessuologo clinico

La posizione masochista (parte 3)

Soffermiamoci ora su quello che Genovino Ferri  distingue come masochismo primario di primo e secondo tipo.

Il primario di primo tipo in quanto è intrauterino, ossia riferito a quella fase in cui c’è una dominanza dell’ Rcomplex (fase uterina fino ai primi tre mesi o anche prima).

Per il BreathBalance® e per a PEV® tanto il masochismo che il sadismo sono caratterizzati da compressione. Si tratta di un campo estremamente compresso che, nel sadismo, riesce, in qualche misura, ad essere veicolato all’esterno.

A tal proposito si deve specificare che per parlare di sadismo associato al masochismo, occorre che il sadismo si sia prodotto nella fase muscolare perché il soggetto deve essere dotato della capacità di indirizzare la propria aggressività verso l’esterno/altro da Sé. Qui invece stiamo parlando di un masochismo associato ad un sadismo secondario. Non si costituiscono come tratti caratteriologici distinti: Noi sosteniamo che il masochismo è una posizione, mentre per Reich è un vero e proprio carattere, che esprime una specifica funzione adattative del sé. In PEV® (Psicoanalisi Energetico Vibrazionale®)  diciamo che è una risposta del Sé alle condizione che l’altro da sé gli propone, ossia è un meccanismo narcisistico, che serve all’individuo per sopravvivere. Infatti il primo abbozzo di masochismo lo abbiamo già nelle prime fasi della vita: da quì percorre tutta la freccia evolutiva del tempo in senso verticale e attraversa tutte le fasi di sviluppo.

Sia il masochismo sia il sadismo richiedono la presenza di una variabile densità-spessore del Sé medio-alta: se in fase intrauterina c’è un allarme con panico di separazione la risposta masochista del Sé può avvenire solo se c’è anche una buona densità energetica fra il feto e l’utero/mamma, altrimenti non ce la fa e rischierebbe di entrare in una dimensione psicotica o borderline.

Il problema del masochista è il problema di un sé fermato, bloccato, congelato nell’espansione affermativa della sua pulsazione, dalla paura-allarme, dalla frustrazione, dalla castrazione, da separazioni disfunzionali, violenze subite con carico o sovraccarico di tensione sulla periferia del biosistema, nel senso che il masochista è vitale al centro mentre perifericamente ha una corazza tensiogena che lo ostacola nel suo aprirsi alla vita:  pensiamo a una energia che rimbalza come la pallina da squash contro un muro, non riuscendo a sfondarlo.

  • A questo proposito è importante capire da dove arrivi la minaccia di cui sopra: nel “masochismo primario di primo tipo” la minaccia proviene dall’oggetto relazionale utero/mamma, il che è esemplificato da un embrione o feto che esperisce una paura-allarme intrauterina: pensiamo a minacce abortive o allo stress in senso lato come per esempio un lutto subito dalla madre utero per la perdita di una persona cara. Questo piccolo Sé, con densità carica medio-alta, svilupperà il masochismo-narcisismo primario, ovvero si adopererà a passare energia alla madre utero, riducendo il proprio movimento, trattenendolo e riducendo la sua pulsazione vitale. Si preoccuperà di reggerla, di supportarla perché la sopravvivenza dell’altro da Sé coincide con la propria: l’utero muore comporta che anche il feto muoia.
  • Il masochismo primario di secondo tipo invece è a dominanza limbica, che inizia a diventare dominante con il riflesso della suzione, ossia intorno al terzo mese di vita e fino alla dentizione, quindi per tutta la fase orale. In questo caso è centrale la relazione madre-piccolo, dove il neonato ha sempre una buona densità mentre la madre può essere a valenza melanconica, fobica o d’angoscia: ovvero è una madre depressa, che dà al piccolo (latte) ma che trattiene e chiede spesso al piccolo con un “come” circolare entropico (ad es. sorridi a mamma, non piangere, ecc.), seduttivo, comunque mascherante il proprio bisogno, e con risultati sempre coartanti e frustranti sull’aggressività espansiva affermativa esplorativa del figlio/a. Naturalmente questa madre non può accettare che il bambino si separi da lei; si tratta di madri protettive, sempre con un’attenzione elevata (ad esempio: non correre altrimenti ti farai male!), troppo protettive e buone, che ostacolano il passaggio del piccolo dalla fase orale a quella muscolare e l’incontro col secondo campo. Naturalmente questa madre ha problemi con la separazione, probabilmente lei non si è mai separata e ha problemi a far separare il piccolo da Sé, in modo tale da riempire i propri vuoti. Una madre che resiste, per suoi problemi, al parto e/o svezzamento limita il piccolo nel suo poter sperimentare una separazione sana dal primo campo (area di dominio della madre) al secondo campo (area più ampia, familiare). Il piccolo riceve come imprinting questa richiesta e sviluppa così una espressione di masochismo primario di secondo tipo, sovraccaricandosi di una pseudo donatività, che lo spinge a fare di tutto per soddisfare la madre, ma soprattutto, non si sentirà mai di aver dato abbastanza e quindi sentire che può finalmente separarsi. Il piccolo è pseudo donativo perché non dà in quanto è “buono” ma semplicemente perché donando alla madre può riempirla e completarla e di conseguenza sentire che la madre lo ha lasciato andare, che è libero. Questo meccanismo risponde sempre ad un principio di economia narcisistica, riempire il bisogno materno per essere accompagnato e poi lasciato andare nella crescita. Il paradosso è che la fissazione di questo meccanismo energetico realizza facilmente una coazione a ripetere, cioè per quanto il piccolo possa dare, ciò non basterà mai.

Notiamo che i primi due tipi di masochismo primario sono spesso copresenti, magari attualizzandosi in contesti diversi (situazioni di allarme panico morte per il primo tipo, mentre in situazione di angoscia da separazione nel secondo tipo).

Il masochismo secondario è di secondo campo (ovvero l’area di azione della madre) insieme al sadismo: in questo caso vanno insieme; mentre nelle prime forme di masochismo non ci può essere sadismo in quanto non c’è muscolarità.

Quindi il sadismo si accoppia al masochismo solo quando si entra in fase muscolare. Anche in questo caso c’è una compressione, una condensazione del campo. Il sadismo si realizza sempre su un altro da sé specificamente down o con grado masochistico superiore: il sadico è a sua volta un masochista. I tratti del masochismo secondario e del sadismo si rivelano in tratti caratteriologici coatti prefallici o fallici. Più ci spostiamo verso la dimensione fallica e più è facile che si sviluppi l’espressività sadica, mentre il coatto, siccome trattiene, è più portato a non veicolare la sua energia verso il mondo e quindi è più  facile che si sviluppi la dimensione masochista, con un allarme-paura che deriva dalla castrazione. Il caso che abbiamo visto in Reich fa riferimento proprio a questa dimensione coatta prefallica, poiché è evidente che ci sia un secondo campo castrante delle pulsioni legate alla genitalità, esse si caricano di una aggressività repressa distruttiva. Man mano che ci spostiamo da una fissazione coatta ad una fallica assistiamo ad una espressività maggiore del sadismo rispetto al masochismo. Questo perché il campo del fallico è maggiormente propositivo e affermativo, prende il mondo di petto. Nel fallico, in una qualche misura, è anche presente un confronto-scontro con il fallo del padre, mentre nel coatto non c’è. Il fallico di cui parliamo, dice Ferri, è il fallico senza padre o il fallico senza alleanza con il padre: senza padre significa che ci troviamo di fronte ad un fallico che nasce sul progetto narcisistico della madre, quindi non si è mai confrontato con il padre. Qui ci può essere anche una sorta di volontà di parricidio che può generare senso di colpa. Il fenomeno masochismo narcisismo nel secondo campo si chiarifica anche nel fallico in alleanza, quindi con un padre con un buon livello di accettazione del figlio, sviluppando il cosiddetto “complesso di atlante”, che potrebbe configurarsi come masochismo secondario di secondo tipo.

In sostanza:

  1. nel masochismo secondario di primo tipo c’è la compressione coartazione del campo, perché ciò è accaduto o in assenza di padre e quindi è la madre che fallicizza il piccolo, in fase coatta-prefallica fallica, oppure è una figura castrante (masochismo secondario di secondo tipo),
  2. mentre il fenomeno masochismo narcisismo nel secondo campo si classifica anche nel fallico in alleanza sviluppando il masochismo secondario di secondo tipo. Queste sono persone leader che si caricano sulle spalle e sul collo le responsabilità proprie e degli altri oppure di intere organizzazioni (aziende, associazioni, ecc.). Questa è una persona che ha bisogno di mettersi al centro, ha bisogno di essere riconosciuto e di affermarsi.
  3. Reich propone che il piacere nel masochista non è altro che il piacere derivato dalla liberazione patologica della compressione del biosistema e quindi provocato da un’espansione violenta.

Conclusione

Il masochista percepisce come piacere ciò che dall’individuo normale viene percepito come dispiacere.

Freud aveva scoperto che sadismo e masochismo formavano una coppia antitetica. Poi, aveva scoperto che esisteva il sadismo orale, anale, fallico che si esprimeva come mordere, calpestare, perforare. Il sadismo, quindi, nasceva come reazione distruttiva contro la frustrazione della pulsione.

In questa concezione il masochismo è una formazione secondaria che consiste nel volgere contro se stesso la propria distruttività sadica. Ma Freud abbandona poi tutto ciò ribaltando la sua prima concettualizzazione teorica e affermando l’esistenza di una tendenza biologica primaria all’autodistruzione, ossia la pulsione di morte (thanatos) antagonista dell’eros.

Reich, invece, con lo studio e le ricerche sul carattere masochista, trova una risposta diversa, che confuta la teoria della pulsione di morte. Non esiste una pulsione primaria autodistruttiva perché anche il masochista segue, anche se in modo apparentemente distruttivo, e quindi incomprensibile, il principio del piacere: infatti il masochista non prova attraverso le percosse un dispiacere ma prova il piacere della distensione che, per paura, può provare solo in quelle forme.

I tratti salienti del masochista sono:

  • Una sensazione soggettiva, cronica di sofferenza;
  • Tendenza a lamentarsi;
  • Tendenza cronica all’autolesionismo;
  • Tendenza cronica all’auto-umiliazione;
  • Intensa mania di tormentare gli altri, provocazioni infantili continue per farli esplodere, cosa che produce poi la distensione;
  • Comportamenti maldestri, senza tatto ecc.;
  • Percezione non piacevole dell’aumento dell’eccitazione sessuale, come base caratteriale specifica del masochista;
  • Atteggiamento spastico molto accentuato, sia psichico che genitale. Inibisce immediatamente e continuamente ogni sensazione seppure accennata di piacere, trasformandola in dispiacere;
  • La sensazione di sciogliersi è vissuta dal masochista come l’arrivo di una catastrofe punitiva; l’essere picchiato, quindi, diventa lo strumento della distensione agognata, che è vietata raggiungere con altri mezzi; egli, in tal modo, si discolpa dell’accaduto, cioè la distensione sessuale, di cui è invece colpevole la persona punitrice.

Nel BreathBalance® consideriamo oggi la struttura adottata da un masochista come una energia “trattenuta”, non capace di muoversi liberamente verso l’esterno, verso il mondo, in maniera agile, leggera. L’aggregato energetico è diviso fra istanze centrifughe e istanze centripete, una voglia di lasciarsi andare e un bisogno di trattenere; ciò comporta una scissione fra naturalezza e rigidità, con la scelta della persona di intraprendere “tensioni parassite” che lo irrigidiscono in una, spesso, assurda, resistenza alla vita.

Il lavoro sarà quindi, in PEV® quello di aiutare la persona ad allentare le proprie tensioni centripete, consce o inconsce che siano, a iniziare un percorso di costruzione di fiducia verso la vita e nel proprio andarvi incontro, nonostante le delusioni che immancabilmente incontrerà. Aiutare il seme vitale che un poco alla volta germoglierà e potrà diventare una pianta rigogliosa. Può essere il lavoro di una vita, difficile certamente, percepito impossibile talvolta, ma necessario, essenziale e auspicabile per chiunque.

[1] Mentre per Reich essa resta una pulsione secondaria, quindi qualcosa di derivato e non originario.

[2] Come possiamo notare Reich era anche un analista sui generis. Solo dopo anni, circa 6, al termine di questa analisi Reich pervenne alla soluzione del problema.

[3] Tutto ciò spiega l’ipotesi dell’erotismo dermico sostenuto da alcuni psicoanalisti.

Articolo tratto dall’Intervento di Alfonso Guizzardi all’XI Convegno internazionale di Psicoterapie corporee a Città del Messico

La posizione masochista (parte 2)

Il caso che apre a Reich la possibilità di leggere diversamente il fenomeno del masochismo è del 1928 quando prese in analisi un uomo affetto da una sindrome masochistica molto grave. Durante questo percorso un giorno, esasperato dalle continue richieste del suo paziente di essere battuto, Reich prende un righello e assesta tre colpi sulle natiche del paziente che urlò: La constatazione che sulla faccia del paziente non era impresso piacere bensì dolore gli permise di prendere coscienza che il meccanismo del masochismo è di altra natura e che il dolore non è la meta pulsionale del masochista come si era fin allora pensato.

La specificità dell’approccio reichiano allo studio masochismo consiste innanzitutto nel fatto che egli non affronta il tema a partire dall’analisi di questa o di quella forma di perversione sessuale ma pone l’attenzione sull’analisi della struttura caratteriale masochista.

Per Reich i tratti principali del carattere masochista, presenti sporadicamente in tutti  itratti caratteriali nevrotici, sono costituiti da una sensazione cronica di sofferenza che si esprime in una tendenza a lamentarsi, da una tendenza cronica all’autolesione, all’automutilazione e al masochismo morale  e cioè all’umiliazione e da una intensa mania a tormentare gli altri che lo fa soffrire non meno dell’ individuo a cui è rivolta questa tendenza. E’ comune poi a tutti i caratteri masochisti il comportamento maldestro, senza tatto nel modo di presentarsi e relazionarsi con gli altri, che richiama al tratto caratteriale coatto. Quindi Reich in questo caso sta parlando di una forma di masochismo secondario.

La storia di un paziente di Reich.

Fin da 16 anni era totalmente incapace di lavorare e privo di qualsiasi interesse sociale, presentava gravi forme di perversioni masochistiche, non aveva mai avuto rapporti con le donne ma si masturbava ogni notte per molte ore attraverso una modalità di tipo pregenitale, si rotolava sulla pancia fantasticando di essere flagellato con la frusta da un uomo o da una donna e schiacciava il proprio pene stringendolo fra le cosce. Quando si annunciava l’eiaculazione si tratteneva e aspettava che l’eccitazione passasse, poi ricominciava da capo fino quando esausto lasciava che avvenisse l’eiaculazione. Dopo era completamento disfatto, si sentiva spappolato, aveva particolari difficoltà ad alzarsi la mattina malgrado l’enorme senso di colpa che lo spingeva ad interrompere l’ozio. Aveva avuto le sue prime fantasie di essere battuto all’età 7 anni. Non solo prima di addormentarsi fantasticava che lo si costringesse a piegarsi sulle ginocchia per essere picchiato ma andava spesso in bagno e cercava di flagellarsi. Reich è riuscito ad individuare la cosiddetta scena traumatica: all’età di circa 3 anni il paziente giocando in giardino si era sporcato e il padre lo aveva portato in casa e lo aveva messo sul letto; il bambino si era girato immediatamente sulla pancia e aveva atteso, con molta curiosità e lo sguardo di paura, le botte imminenti. Il padre lo aveva picchiato violentemente ma il paziente aveva avvertito un certo sollievo, si era trattato della sua prima esperienza masochista. Possiamo notare come ci troviamo in un contesto storico sociale dove la dimensione coatta è molto forte.

Dall’analisi risultò che le  botte non gli avevano procurato piacere, esse erano state un sollievo perché il paziente temeva qualcosa di peggio, si era girato sulla pancia per proteggere il genitale dal padre: meglio essere picchiati sul sedere che subire un danneggiamento al pene. Il paziente iniziava ogni seduta con un continuo atteggiamento di lamentazione accompagnato da provocazioni infantili di tipo masochista, presentava ad esempio una decisa ostinazione rifiutandosi di completare le proprie dichiarazioni o a formularle meglio. Reich reputò che non era il caso di vietargli tale ostinazione, pena il successo del lavoro, cominciò invece a proporre una serie di atteggiamenti terapeutici poco consueti. Anche in  questo caso è evidente la genialità terapeutica di Reich. Metteva davanti al paziente uno specchio in cui si rifletteva il suo modo di comportarsi, nel senso che imitava il suo atteggiamento, parlava con lui utilizzando il suo linguaggio infantile, si sdraiava insieme a lui per terra pestando i piedi e dimenandosi insieme a lui. Reich era arrivato la conclusione che questa provocazione rappresentava solo superficialmente il tentativo di esasperarlo e di farlo diventare severo, ma egli non mirava alla punizione ma piuttosto aveva bisogno di mettere l’analista dalla parte del torto.

In questo modo egli poteva giustificare l’odio verso l’oggetto d’amore ed elaborare il conseguente enorme senso di colpa: “Ecco tu sei cattivo, non mi vuoi bene, mi tratti maniera crudele ho ragione ad odiarti“ (che tipo di genitore è questo? E’ un secondo campo estremamente rigido e castrante che coarta, infatti nella posizione masochista c’è questa coartazione del campo). Ma tutto ciò non esauriva il significato delle sue provocazioni, esse infatti facevano centro intorno al  problema dell’odio e al bisogno di protezione, il significato più vero e profondo era piuttosto costituito dal suo disperato e smodato bisogno di essere amato.

E’ evidente che egli odia il padre perché lo punisce ma lo odia anche perché non è amato, quindi c’è un grande bisogno di essere amati. Le sue lamentele avevano la seguente stratificazione: “guarda come sono ridotto, amami! Tu non mi ami abbastanza sei cattivo con me! Tu devi amarmi, otterrò il tuo amore con la forza, altrimenti ti farò arrabbiare!” Ogni masochista ha infatti sperimentato nell’infanzia una profonda delusione d’amore e perciò una profonda paura di essere lasciato solo e conseguentemente il bisogno di essere amato, coccolato e riscaldato.

Ma a parere di Reich, e questa è la sua intuizione più significativa, l’ esasperato bisogno d’ amore del masochista nascondeva qualcosa di ancora più significativo e profondo: allo stesso modo infatti  in cui le lamentele sono un desiderio dissimulato di amore  e la provocazione un tentativo violento di ottenerlo, la formazione caratteriale complessiva del masochista rispondeva alla necessità di liberarsi dalla sua angoscia e dal suo dispiacere, ma tale sforzo risultava continuamente frustrato. Il masochista non riesce mai a liberarsi della sua tensione interiore che continuamente minaccia di trasformarsi in angoscia.

Il senso di sofferenza che il masochista manifesta corrisponde al reale dato di fatto della incessante eccitazione interiore e della disposizione all’angoscia. Non può esprimere e canalizzare questa sua eccitazione. Ora a parere di Reich l’impossibilità del masochista di liberarsi della sua eccitazione interiore si radica su un processo perturbatore dell’esperienza del piacere. Il carattere masochista presenta infatti una spasticità, una rigidità non solo del suo apparato psichico ma soprattutto di quello genitale e inibisce immediatamente ogni sensazione appena pronunciata di piacere trasformandola in dispiacere.

Il paziente ad esempio accettava le sensazioni piacevoli della masturbazione finché erano superficiali e leggere, ma non appena diventavano più intense si spaventava e invece di lasciarsi andare irrigidiva il suo pavimento pelvico. In questo modo la tensione interna veniva continuamente alimentata e intensificata. Il paziente descrisse con molta precisione questa esperienza, non appena avvertiva la sensazione di sciogliersi (parole del paziente) avvertiva angoscia e temeva che il pene potesse sciogliersi, che la sua pelle potesse dissolversi, scoppiare se continuava a masturbarsi. Questa era la prova, a parere di Reich, che nel masochismo non è il dispiacere a trasformarsi in piacere ma esattamente il contrario. L’angoscia genitale produceva inevitabilmente un aumento della tensione interna e questa a sua volta nuova angoscia, fino a quando la tensione non diveniva insostenibile e in questo contesto diventava allora comprensibile il suo bisogno di essere picchiato che consentiva di portare l’energia dal centro in cui era bloccato, a rompere violentemente quella rigidità muscolare che gli impediva l’ esperienza del piacere e quindi la liberazione del piacere stesso. Reich dice:

I colpi avevano dunque la funzione di procurare la distensione, il raggiungimento della quale era vietato al paziente con i propri mezzi. Se il suo pene esplodeva quando fuoriusciva il suo seme in seguito ai colpi ricevuti la colpa non era sua, era stato il suo tormentatore a causare il tutto. La fantasia di essere picchiato aveva dunque il seguente significato: “picchiami  perché mi distenda senza sentirmi colpevole

Il fatto di essere battuti porta energia alla superficie, arrossa, fa fluire sangue ed energia e quindi attenua la pressione interiore. In questo senso, come dice Reich, i colpi possono essere avvertiti come piacevoli.

Sempre a parer di Reich:

il bisogno masochista di essere pizzicati, sfregati con spazzole, flagellati ecc. rispondeva alla necessità di sentire il calore della pelle. Il dolore veniva quindi sopportato perché la parte colpita bruciava e ciò provocava un effetto distensivo.

Tali affermazioni erano in sintonia con le osservazioni di Reich sulla fisiologia del piacere: già nel 1924, nei suoi studi sull’orgasmo, egli aveva intuito l’antitesi funzionale fra angoscia e sessualità ed era arrivato alla conclusione che la contrazione dei vasi periferici aumenta l’angoscia (pallore in caso di spavento, senso di freddo negli stati di angoscia, brividi di fronte alla paura) mentre il senso di calore della pelle dovuto alla maggiore affluenza di sangue è la caratteristica specifica del piacere.

 

Poi, nel 1935, Reich addirittura inizia ad utilizzare degli strumenti per misurare il potenziale bioelettrico della pelle basandosi sulle ipotesi bioelettriche di Cromes, Zombec e Hartmann. Dagli esperimenti emerse che il piacere era la sola emozione capace di accrescere la carica bioelettrica della pelle, mentre l’angoscia determinava una caduta di tale carica: l’antitesi funzionale piacere-angoscia trovava così un preciso contenuto energetico e la sua conferma sperimentale.

Nel caso proposto da Reich c’è una fissazione tra la fase muscolare e la prima fase genito-oculare, con una dimensione di castrazione molto forte: il soggetto ha paura che il suo pene scoppi ed ha paura di poter vivere le sue sensazioni genitali dovuta a qualche fantasia inconscia di competizione con il padre. La cosa evidente è la struttura ipertonica, rigida, poco flessibile, muscolare del corpo del masochista. Il dolore diviene così l’espediente per poter concedersi il piacere, che, a sua volta, consiste nell’abbassamento della compressione energetica.

Il senso di colpa, associato all’insorgere del piacere, è legato al fatto che se questo piacere viene lasciato libero di fluire, verrà, in certo senso, realizzata la fantasia di aggressività (e di uccisione) verso la figura che gli ha impedito di esprimere il proprio piacere, ossia il padre.

Tra l’altro il masochista è una persona che non ha appreso l’espressione dell’aggressività, quindi potrebbe  viverla, là dove riuscisse ad esprimerla, come qualcosa di distruttivo, dove anche il solo ”dire” ha una valenza devastante. In sostanza si tratta di concezione distorta dell’ aggressività: “se mi lascio andare viene fuori tutto quello che deve venire fuori, piacere e rabbia distruttiva e quindi mi reprimo”.

È chiaro che il masochista con le continue lamentazioni sta aggredendo l’oggetto d’amore in maniera che potremmo definire orale, o passivo-aggressiva, e sta testando quanto l’oggetto d’amore possa sopportare: in realtà sta mettendo alla prova l’amore dell’altro per lui. Però per Reich questo non è il cuore del problema, che invece è il disturbo dell’esperienza del piacere.

La tematica del Masochismo e del piacere viene trattata nei seguenti moduli del BreathBalance:

nei 5 BIG

e in Sesso e Piacere

Articolo tratto dall’intervento di Alfonso Guizzardi all’XI congresso internazionale della psicoterapie corporee –  Città del Messico 2017

La posizione masochista (parte 1)

Laddove nella scuola freudiana classica il masochismo  assume numerosi significati, non sempre lineari e spesso embricati:

  1. un masochismo primario in cui pulsione di morte e libido formano ancora un insieme fuso;
  2. un masochismo femminile che si organizza intorno alle componenti passive presenti in ciascuno;
  3. ed infine un masochismo morale, in cui il ruolo principale viene giocato dal senso di colpa, in assenza di piacere sessuale.

In buona sostanza nella formulazione freudiana viene enfatizzato il momento istintuale, che così poco convince Reich e che a tal proposito sostiene in Analisi del carattere:

La modificazione del concetto di masochismo implica automaticamente anche un cambiamento nella formula etiologica della nevrosi. L’idea originaria di Freud era che lo sviluppo psichico fosse il risultato dello scontro continuo fra istinti e mondo esterno. In seguito invece che il conflitto psichico fosse il risultato di un conflitto fra Eros (libido sessuale) e istinto di morte (istinto di autodistruzione, masochismo primario). Il punto di partenza per questa dubbia ipotesi era il fatto caratteristico che certi pazienti sembrano non voler smettere di soffrire e continuano a cercare situazioni dolorose. Questo era in contraddizione con il principio del piacere. Sembrava che ci fosse un’intenzione profonda che spingeva alla sofferenza e a sperimentarla di nuovo. Bisognava chiedersi se questa “volontà di soffrire” fosse una tendenza biologica o una formazione psichica secondaria.

Reich si domanda se si tratta di un masochismo insorto nel momento in cui si è entrati in fase muscolare e quindi la dimensione muscolare è evidente tanto da poterne accostare la dimensione sadica, nel senso che la dimensione muscolare permette di bloccare (castrare) il naturale flusso energetico verso l’esterno. Questa è una riflessione importante perché, sul piano storico a parere di Reich, viene confutata la teoria dell’ istinto di morte e la teoria della coazione a ripetere ad essa associata nel senso che nella concezione reichiana c’è in primo piano l’ipotesi che il masochismo sia una struttura essenzialmente difensiva, e quindi reattiva, (mentre non c’è istinto di morte) implicante il principio del danno minore.

Reich riteneva infatti che il masochista avesse un bisogno eccessivo di amore basato sulla paura di essere lasciato solo, una paura intensamente vissuta nella prima infanzia.

La dimensione essenziale presente nel masochismo è la compressione incistata, ossia un’assenza di pulsazione fluida e vitale del Sé, ottenuta attraverso frustrazioni, castrazioni, separazioni disfunzionanti, ecc.: questo movimento-fenomeno:

  1. viene abbozzato già nelle prime fasi della vita e ripercorre l’evoluzione ontogenetica in senso verticale;
  2. inoltre può attraversare tutte le fasi, ossia tutti i piani di quest’evoluzione in quanto si costituisce, non come un tratto caratteriologico bensì come una “posizione” che esprime sempre una specifica funzione adattiva del Sé, informata costantemente al principio economico, in altre parole una sintomatologia possibile di fasi, di tratti, di fissazioni prevalenti e non.

Nel BreathBalance, il masochismo non lo indichiamo come un un carattere ma una posizione, cioè qualcosa che può attraversare, lungo la freccia del tempo, tutte le fasi evolutive ma addirittura Ferri la colloca nella dimensione intrauterina parlando di masochismo primario di primo e secondo tipo e di masochismo secondario.

Il masochismo che ci viene descritto da Reich, nel caso che presenta e discute ne “L’analisi del carattere”, può essere accostato al masochismo secondario di cui sopra.

Sappiamo che nel 1921 in “Al di là del principio del piacere” Freud aveva formulato l’esistenza di un principio di morte che stravolge, a parere di Reich, anche la teoria delle nevrosi, appunto perché in un primo tempo, per Freud stesso, le nevrosi erano il precipitato del contrasto tra le pulsioni sessuali libidiche e il mondo esterno mentre con questa svolta conservatrice la nevrosi diventa qualcosa di endogeno, cioè una spinta al dolore originario[1].

L’importanza de “L’analisi del carattere” sta nel fatto che Reich coglie definitivamente l’ancoraggio della psiche al soma, la dimensione somatica delle problematiche emozionali, come passaggio dall’analisi del carattere alla vegeto terapia carattero-analitica.

Questo è uno studio che suscita nella società psicoanalitica la premessa della sua espulsione: mentre la teoria dell’orgasmo era in qualche modo conciliabile all’interno del modello psicoanalitico, il rifiuto della pulsione di morte porta la rottura definitiva con la società psicoanalitica, facendolo definire eretico e progressivamente emarginandolo.

Ma l’ impatto che ebbe questa riflessione è significativo, esso prima di essere un capitolo dell’ “analisi del carattere” fu un articolo pubblicato nel 1932 sulla rivista internazionale di psicoanalisi e già questa pubblicazione suscitò rifiuto e insofferenza da parte degli ambienti psicoanalitici e da parte dello stesso Freud, che seppure in occasioni passate aveva dimostrato uno spirito più liberale, in questo caso invece va su tutte le furie, non vorrebbe far parlare Reich e, addirittura, pretende di far precedere all’articolo di Reich un suo articolo dove egli perora ancora una volta l’istinto di morte e dove diceva esplicitamente che il Dott. Reich giunge a questa riflessione in quanto comunista. In qualche modo c’è qualcosa di vero perché per Reich era importante la dimensione sociale, di quello che noi definiamo altro da sé, e sicuramente una teoria che definisce la nevrosi come qualcosa di endogeno porterebbe in secondo piano proprio il ruolo che l’ altro da sé, il sociale, svolge nell’insorgenza delle nevrosi.

Prima di tutto Reich presenta quelle che erano le interpretazioni cliniche e psicologiche della sessuologia sul masochismo, definito come “la tendenza pulsionale a trovare soddisfacimento nel dolore,  nella sopportazione di esso e nelle umiliazioni morali”. La difficoltà che subito si presentava era quella di riuscire a capire come fosse possibile che qualcuno potesse trovare piacere nel provare dolore. Lo steso principio di piacere di Freud, che fondava la psicoanalisi, era profondamente sollecitato: Freud in primo tempo aveva affermato che sadismo e masochismo non erano opposti , procedevano sempre insieme, erano considerati come una coppia antitetica in cui l’uno poteva trasformarsi nell’altro e gli aveva interpretati come reazioni ad una frustrazione di una pulsione sessuale, libidica. Un bambino, per esempio, subisce una frustrazione, si arrabbia e può veicolare in maniera violenta la sua aggressività verso l’esterno dando vita al sadismo, oppure se non riesce a veicolare l’aggressività, per sua storia, per sua struttura caratteriale, introietta la sua stessa rabbia che quindi viene veicolata verso l’interno e che può diventare così masochismo. Quindi per il primo Freud il masochismo è una pulsione derivata mentre in un secondo momento diventa qualcosa di originario. Reich invece sosteneva che con la seconda interpretazione del masochismo, abbracciata senza critiche dai componenti della società psicoanalitica, si metteva sempre più in ombra il ruolo predominante del mondo esterno (altro da sé), frustrante e punitivo. Inoltre appare evidente che una tale situazione bloccava ogni critica alla società, quindi non c’era nulla da cambiare nel sistema educativo. Alla domanda da dove provenisse la sofferenza non si poteva rispondere facendo riferimento anche alle contraddizioni della società ma si affermava che essa è il frutto della spinta biologica all’autodistruzione e alla sofferenza. Le riflessioni di Reich invece mettevano in discussione, come detto prima, il principio cardine della psicoanalisi e cioè il principio di piacere-dispiacere secondo il quale gli individui tendono al piacere ed evitano il dispiacere.

Articolo tratto dall’intervento di Alfonso Guizzardi al:

La morte è la vera libertà?

Quando pensiamo alla morte siamo invasi da emozioni dense, pesanti, principalmente paura. Abbiamo un vero e proprio terrore per ciò che accade al momento della morte. Nella cultura occidentale viene nascosta, se ne evita l’incontro, l’elaborazione e, anche, l’accettazione. Ma in fondo che cos’è la morte? vi si può pensare diversamente?

 

Le religioni ci soccorrono, nel vano tentativo di alleviarci la paura, il terrone che tutto finisca, promettendo un mondo oltre … un mondo che viene rappresentato , più o meno, come questo, solo un poco più spirituale… abbiamo corpi, siamo con i nostri cari, proviamo emozioni intense, e siamo circondati da coloro che abbiamo frequentato in vita. Ma la consolazione è scarsa e poco durevole.

 

Raramente pensiamo a cosa invece tiene unito il corpo che abitiamo, nel quale abbiamo trovato conforto per svolgere l’esperienza di anime incarnate.

 

Un’energia, un campo di coerenza che “obbliga” tutte le cellule del corpo a muoversi in maniera coordinata e funzionale all’unità che le guida … nessuna può ribellarsi all’autorità di questa forza, respingerne gli ordini, riutarsi di obbedire…

 

Ma alla morte accade qualcosa di straordinario: ogni cellula diventa libera, in un processo di affrancazione che le porta a manifestare, ognuna come crede, la propria energia… sono libere!!! non c’è mai stata così tanta vita se non ora che il corpo è morto!!!

 

Allora possiamo renderci conto che il vero ed unico scopo della nostra esperienza qui sia quello di continuare il nostro processo evolutivo, acquisire le necessarie abilità, virtù, ecc. per poter continuare il nostro cammino del ritorno all’Uno, da cui siamo venuti… non per morire ma per diventare il Tutto!!! una brocca che ho appena riempito di acqua dal mare potrebbe pensare di essere diversa dall’acqua che è rimasta nel mare, ma che succede se la riverso da dove essa proviene? muore?

 

Alfonso Guizzardi

www.alfonsoguizzardi.net

 

 

Come perdonare chiunque in una semplice mossa e vivere felici

Quando parliamo di  Perdono non intendiamo l’accezione cristiana, bensì un vero e proprio atto di liberazione dal dolore, dalla rabbia e dalla sofferenza che necessariamente vi sono se tratteniamo in noi l’idea che siamo stati feriti  da qualcuno o qualcosa…

Riteniamo che siamo stati ingiustamente accusati di qualcosa oppure che qualcuno ha abusato della sua posizione o della nostra bontà o ingenuità e allora eccoci arrabbiati, frustrati, tristi e doloranti.

Trattenere queste emozioni è nocivo per la nostra salute, il nostro sviluppo spirituale ed evolutivo. E su questo punto, più o meno, siamo tutti d’accordo… ma come fare a lasciare andare? a perdonare? a liberarsi dalle catene?

In verità ci sono mille modi, mille strategie che funzionano se applicate con costanza e in maniera decisa. Non proponiamo LA risoluzione, bensì un piccolo trucchetto che, se applicato con il cuore, libera per davvero e anche piuttosto velocemente dal rancore: guardate l’altro da voi come se foste voi stessi, o meglio ancora, come se fosse vostro figlio/a; con tutto l’amore che nutrite per loro e separate comportamento che vi ha ferito dalla persona che lo ha messo in atto, e respirate profondamente, in maniera circolare, senza tensioni e lievemente.

Questa semplice strategia apre il chakra del Cuore, risolve con l’Amore, libera dalle catene del risentimento e porta il nostro spirito in alto, verso la nostra meta evolutiva.

 

Alfonso Guizzardi

www.alfonsoguizzardi.net

 

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